Agoaspirato ed agobiopsia (o biopsia escissionale)

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cellule

Nel momento in cui si evidenzia una anomalia tissutale sotto forma di nodulazione o si vuole conoscere la composizione cellulare in un tessuto occorre prelevarne un campione.

Si può procedere, se interessa solo conoscere la natura di un gruppo di cellule, con un agoaspirato. Impiegando un ago sottile si prelevano delle cellule che vengono poi esaminate con le metodiche morfologiche e di immunoistochimica dal patologo.

Se si desidera invece prelevare una porzione più ampia di tessuto occorre procedere con un ago di maggiore dimensione e si esegue quindi una agobiopsia (o biopsia escissionale).

Prelevare un campione più ampio di tessuto consente non solo di esaminare la natura delle cellule che lo compongono ma anche i rapporti reciproci tra le medesime e di queste con la matrice extracellulare.

A seconda della sede corporea nella quale deve essere eseguito il prelievo si impiegano diverse metodiche di diagnostica radiologica per il puntamento (ecografia, TC, RMN).

La tomografia assiale computerizzata (TAC)

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Tomografia assiale computerizzata

La TAC costituisce uno dei mezzi diagnostici più efficaci nella diagnosi della patologia neoplastica.

La tomografia computerizzata, viene spesso indicata in in radiologia con l'acronimo TC o CT. Si tratta di una metodica diagnostica per immagini, che sfrutta i raggi X per  riprodurre sezioni o strati (tomografia) del corpo del paziente.

I dati rilevati dai sensori posti tutti nell'anello che costituisce la macchina, vengono elaborati per ottenere immagini tridimensionali dei distretti corporei del paziente.

Per la produzione delle immagini è necessario l'intervento di un computer per l'elaborazione dei dati.

Il sistema è diffusamente noto con l'acronimo di TAC (Tomografia Assiale Computerizzata) 

Inizialmente infatti le immagini venivano generate solo sul piano assiale o trasversale, perpendicolare cioè all'asse lungo del corpo. I sistemi attuali sono invece in grado, mediante il movimento del corpo macchina all'interno dell'anello, di acquisire direttamente immagini a 360°

I sistemi di ultima generazione (TAC a spirale) acquisiscono direttamente un volume intero (acquisizione spirale) , cosa che permette più facilmente e con meno spesa biologica (livello di irradiazione dei tessuti con Raggi X) le successive ricostruzioni tridimensionali.

La Risonanza Magnetica Nucleare (RMN)

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Risonanza Magnetica

La Risonanza Magnetica Nucleare o RMN è una metodica diagnostica che si affianca alle metodiche di imaging tradizionale quali la TAC e l'imaging radiografico per la diagnosi ed il controllo delle patologie oncologiche.

Il principio di funzionamento della RMN è basato sul comportamento fisico degli atomi di idrogeno che costituiscono le molecole di acqua presenti nel nostro corpo. Ogni atomo di idrogeno ha un elettrone che orbita intorno al suo nucleo con un moto circolare. Le orbite degli elettroni se sottoposte ad un intenso campo magnetico si allineano tutte nella stessa direzione similmente all'ago di una bussola. Disturbando il campo magnetico con opportuni segnali si ottene una oscillazione nelle orbite degli elettroni che possono essere analizzate ed elaborate fino ad ottenere immagini dei tessuti.

Questa metodica diagnostica risulta particolarmente efficace nello studio dei tessuti molli quali ad esempio il cervello o il tessuto muscolare mentre è purtroppo poco indicato per lo studio del tessuto scheletrico e non applicabile nel caso il paziente sia portatore di Pacemaker o Defribillatore impiantato. Ulteriore controindicazione è costituita dalla presenza di placche o stent metallici nel corpo del paziente.

La Risonanza Magnetica Nucleare a dispetto del suo nome non ha nulla a che fare con le radiazioni, risultando un mezzo diagnostico meno rischioso di quelli che impiegano i raggi X (es TAX e Radiografie).

L'esame è mediamente ben tollerato anche se alcuni pazienti lamentano un disturbo claustrofobico dovuto alla posizione del corpo all'interno del tunnel che ospita il magnete della macchina.

Per mitigare questo spiacevole effetto da alcuni anni sono disponibili apparecchi privi di tunnel che rendono più accettabile l'esame.

 

La PET

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Tomografia ad emissione di positroni

La tomografia ad emissione di positroni PET è uno strumento diagnostico molto utilizzato nel follow up della patologia oncologica. Si tratta a tutti gli effetti di uno strumento di imaging radiodiagnostico.

Il funzionamento di questo strumento si basa sulla presenza di un rivelatore di positroni. SI tratta di particelle cariche generalmente emesse da alcuni radiofarmaci che vengono iniettati preventivamente nel paziente.

I radiofarmaci sono costituiti da molecole marcate con un isotopo radioattivo che ha un tempo di decadimento molto veloce. In estrema sintesi il radiofarmaco rende debomente radioattivo il flusso sanguigno che raggiunge tutti i distretti corporei del paziente. La radioattività viene rilevata dallo scanner PET che poi è in grado di ricostruire immagini che riportano la densità di assorbimento del radiofarmaco nei tessuti.


PET immagine

Il radiofarmaco ha la capacità di accumularsi maggiormente nei tessuti neoplastici rendendoli ben visibili allo scanner anche nel caso di piccolissime lesioni. L'indagine è dunque utile a valutare la presenza e la diffusione (o meno) della patologia neoplastica nel paziente.

Naturalmente questa metodica diagnostica trova anche altre applicazioni in ambito medico quali ad esempio la diagnosi del morbo di Alzheimer o nell'ambito della ricerca biomedica lo studio del comportamento del cervello. 

La Scintigrafia Ossea Total Body

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Scintigrafia Ossea

La scintigrafia ossea Total Body è una metodica diagnostica che fa parte degli strumenti di imaging radiologico della medicina Nucleare.

L'esame trova indicazione nella diagnosi e nel follow up della patologia oncologica in quanto è in grado di evidenziare lesioni ossee anche di piccole dimensioni.

La metodica diagnostica si basa sulla soministrazione per via endovenosa di un radiofarmaco (TECNEZIO 99) che ha un tempo di dimezzamento della carica radioattiva di circa 12 ore.

Il radiofarmaco ha la capacità di fissarsi sul tessuto osseo ed addensarsi maggiormente in presenza di lesioni. Dopo alcune ore dalla somministrazione del farmaco il paziente viene posto su un lettino ed analizzato da un rivelatore che passando vicino al paziente, è in grado di ricostruire l'immagine dello scheletro del paziente.

Lo studio successivo delle immagini permette di evidenziare la presenza di eventuali addensamenti del radiofarmaco che possono rappresentare sia fenomeni di degenerazione ossea, quali esiti di fratture o di artrosi, oppure la presenza di lesioni ossee neoplastiche.

Il paziente dopo la scintigrafia ossea deve astenersi dall'avvicinarsi a bambini e donne in stato di gravidanza per circa 36 ore a causa della residua radioattività del radiofarmaco.

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